Era una notte buia e tempestosa

Ti ho mai raccontato di quando sei nato? Solo cento volte? Anche la versione per adulti: quella con tutti particolari, tappo mucoso compreso?
E quello che è accaduto da quel giorno fino a questo momento lo ricordi bene? Ventuno anni sono tanti, può capitare che un ricordo si affievolisca, sotto il peso di un presente che impegna troppo i pensieri.
Ho sbagliato tanto con te. Per amore, ma comunque ho sbagliato. Ho sbagliato dal momento in cui non ho saputo trattenerti ancora un po’ dentro di me e ho sbagliato a sentirmi in colpa per questo.
Tornare a casa senza pancia né bambino è stato un fatto che non avrei dovuto sottovalutare, ma io non ne sapevo nulla di baby blues e shock post traumatico da separazione.
Adesso è tutto diverso: c’è la marsupio terapia, la banca del latte, lo psicologo, internet per documentarsi e persino la giornata mondiale della prematurità, ma allora eravamo solo io, te, la mia sensazione di impotenza e i fantomatici racconti di chi conosceva qualcuno che, nato al sesto mese di gestazione negli anni ‘50, fu messo al caldo in una scatola di scarpe e “dovresti vederlo ora: è un omone grande e grosso!”…e invece a me, di quel tizio leggendario, importava meno di zero.
Il giorno della tua dimissione, il neonatologo di turno non ci fece gli auguri di buona vita. Disse solo: -I neonati prematuri fanno tante promesse, ma non sempre le mantengono. Con il tempo sapremo se questo bambino potrà sentire, vedere, capire e camminare bene.
Questa frase ebbe il potere di trasformarmi da mamma in una sorta di “signorina Trinciabue”, che impiegava ogni sua energia per farti mantenere quelle maledette promesse.
E così iniziò la nostra vita insieme fatta di tante gioie, intervallate da troppe preoccupazioni e ansie.
Per fortuna non ero sola in tutto questo e il tuo essere primo figlio e primo nipote, ti ha fatto atterrare in un mondo morbido di affetto esclusivo e incondizionato.

Nonostante me, sei cresciuto bene e un giorno, mentre io cercavo di omogeneizzarti un capitolo di storia per iniettartelo volente o nolente nel cervello, ti sei alzato e mi hai abbracciato, dicendomi: -Basta, da oggi faccio da solo. Tu non ti preoccupare, stai tranquilla.
Ti ho guardato negli occhi e, per farlo, ho dovuto alzare la testa, perché a dodici anni avevi mantenuto non solo tutte le stramaledette promesse di cui parlò il neonatologo, ma anche quelle che ti feci fare io: mai più piccolo e fragile. Mai più a contare i grammi sulla bilancia. Mai più.
Ora che “l’assunzione proteica è fondamentale, mamma!” e io non riesco a star dietro con la spesa alla capienza del tuo stomaco, quel passato sembra quasi non esserci stato.
Invece incombe su di me, che cerco di perdonare me stessa raccontandoti ogni anno il motivo per cui, invece di amarti semplicemente, passavo il tempo a cercare di curarti, rischiando di non accettarti, perché coccolarti troppo avrebbe significato arrendersi, perdere tempo, accontentarsi, non arrivare al traguardo.
Ti ho tormentato tormentandomi e non sono mai riuscita ad assolvermi completamente, nonostante il risultato strepitoso.
E tu? Cosa ti è rimasto di quei due mesi di distacco innaturale? Cosa pensavi quando l’infermiera mi avvisava che l’orario di visita era finito e dovevo uscire dalla stanza? Come ti sentivi quando piangevi e io, attraverso il vetro, potevo solo piangere con te, senza la possibilità di consolarti e accarezzarti?
E’ per questo che ora sei così sensibile, affettuoso, ansioso e rompiscatole?
A volte bisogna ripetere le cose già dette.
Ogni anno ti racconterò la storia della tua nascita, cercando di aggiungere tutte le volte un’emozione, una descrizione, un inedito fotogramma di quello che è stato, per farti capire il perché di tante cose.
E ogni anno tu sarai un po’ più grande e riuscirai a comprendere meglio anche quello che nascondo tra le righe, perché non riesco a dirlo, proprio come gli abbracci che non sono capace di darti, ma che tu sai prenderti tanto bene.
Ho sbagliato tanto con te. Per amore, ma comunque ho sbagliato e solo oggi riesco ad assolvermi, perché solo oggi sei abbastanza grande per aiutarmi a capire che allora ero soltanto una mamma spaventata.
Temendo di perdere del tempo prezioso, ho finito col trascurare quello più bello, ma per fortuna il tempo è galantuomo e oggi, dentro il tuo abbraccio forte, prepotente e proteico, non penso più “io non ce la faccio”, perché tu ce l’hai fatta.

gRaffa

Raffaella Di Girolamo

1 Commento su "Era una notte buia e tempestosa"

  1. e anche questa volta mi hai fatto piangere

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