I colori del coraggio

L’Italia in Qatar c’è arrivata, in un modo o nell’altro. O comunque ha lasciato il segno, sul campo, più di Cristiano Ronaldo che illude per mezzo secondo la FIFA in una rete assegnata, successivamente, a Bruno Fernandes nella vittoria del Portogallo sull’Uruguay.

Già, perché in un Paese come il Qatar in cui il calcio fino al mese scorso era lontano anni luce, solo i diritti civili possono essere ancora più distanti dal pallone. A sbandierarli, nel vero senso della parola e in mondovisione, è stato ieri Mario “Il Falco” Ferri, 35enne di Montesilvano, già noto alle cronache calcistiche per le invasioni di campo con la maglia di Superman.

In principio fu per una scommessa tra amici, a 17 anni. Poi durante un’Italia-Olanda, sul manto erboso dello stadio “Adriatico”, con una scritta dietro la maglietta blu dove chiedeva la convocazione di Antonio Cassano in nazionale. Non si tirò indietro nel 2010, quando entrò in campo con una sciarpa del Milan durante Inter-Mazembe (finale di Coppa Intercontinentale ad Abu Dhabi), né tantomeno ai mondiali del 2014, durante USA-Belgio, ottavi di finale della Coppa del Mondo disputata in Brasile.

Una vita sempre di corsa, sempre a fuggire da qualcuno. E quando non ci riesce i guai sono gravi, come l’arresto nel 2010 sulla pista dell’aeroporto di Fiumicino per la violazione di una misura cautelare.

Ferri aveva documentato il suo arrivo all’Iconic Stadium di Lusail, uno dei diversi impianti costruiti in fretta e furia attraverso lo sfruttamento di migliaia di profughi, senza alcun criterio e con troppo sangue versato. Attraverso le sue storie Instagram aveva documentato i controlli a tre chilometri dallo stadio,

Aveva anche incontrato Hamad bin Khalifa Al Thani, emiro del Qatar dal 1995 al 2013, con il quale è riuscito anche a strappare una foto. Nelle ultime stories Instagram inquadra Cristiano Ronaldo, dagli spalti. Poi la corsa in mezzo al campo. La bandiera Lgbtq e la solita maglia di Superman con scritto sia “Respect for iranian woman”, sia “Save Ukraine”, altra nazione con cui “Il Falco” ha un rapporto particolare, avendo aiutato i profughi in fuga dalla guerra. Il tutto ignobilmente non ripreso dalle telecamere della FIFA, che di per sé già da tempo è tenuta a ignorare gli invasori di campo. Un diktat divenuto ancor più rigido nella nazionale qatariota, con un cambio di inquadratura netto nel momento in cui l’arbitro iraniano Alireza Faghani raccoglie il vessillo arcobaleno.

Messaggi di pace, messaggi di amore, che però porteranno conseguenze pesanti. La pena per chi sventola una bandiera Lgbtq, infatti, va dai 7 agli 11 anni di reclusione. A sancirlo è stato il Comitato Supremo del Qatar Mansoor Al Ansari. E chissà se “Il Falco” riuscirà a volare via da un Paese in cui gli omosessuali di orientamento musulmano vengono puniti con la pena di morte.

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