Wolf nella Pulp Fiction di sudest

L’Acquedotto Alessandrino, opera magna edificata da Alessandro Severo nel 226 dC per approvvigionare terme di Nerone a Campo Marzio, per un improvvido accidente del destino, nei ventidue chilometri di percorso emerge nella sua maestosa imponenza solo a Torpignattara.

Abbandonato per anni a ingombrante ricovero di miserie, manco fosse il rudere di una villa dei Casamonica, negli anni di Rutelli  è stato rinverdito  a sterile impopolato parco urbano, e tornato in pochi anni alla sua originaria vocazione di erbacce, siringhe, lavatrici, cacche e preservativi.

Il quartiere lo sopporta come parte se non simbolo di una medesima sorte, di rassegnazione alla latitanza istituzionale.

 

Da nemmeno due anni, improvvisamente, i Torpignattariani l’hanno visto risorgere come se un pietoso imperatore romano promosso arcangelo sia sceso nella periferia capitolina di sud est a restituire un paesaggio benevolo alla gente che non si vede perché, solo perché ha avuto la sventura di nascerci,  non debba meritarsene uno. Basterebbe poco più di un giardiniere e uno spazzino ma che, nella penuria di servizi che attanaglia la capitale, è più raro delle quattro ciliegine sul biglietto alla tabaccheria.

 

E’ un dato ormai assodato questo, nonostante quanto si vorrebbe fosse.

 

Giorni fa, passeggiando sotto le arcate, l’agnizione. In un crocicchio di autoctoni, tale Simone, giovanotto maturo eretto a eroe dei due mondi Torpigna / Quadraro, elargiva promesse ai petenti miracoli. Una fontanella secca, un tombino rubato, una lampadina fulminata, un cassonetto squarciato. Ridistribuiva soluzioni attingendo a un’agendina di risorse che manco Gianni Minà: un muratore azzoppato, un dopolavoro Acea col cercafase, una trans colombiana figlia di falegname, un percussionista marocchino, che tiene solo il ritmo durante i lavori come gli avi nelle triremi romane.

Nella vita faccio altro – mi ha confessato – ma stufo di questo schifo mi sono dato una missione, un pò come Salvini, ma molto più utile alla collettività.

Faccio Wolf nella Pulp Fiction di sud-est.

Il mio metodo è semplice. Ad ogni accompagnatore di cane ho assegnato un fazzoletto di prato, comprensivo di piante. A lui  la manutenzione di quell’orticello, suo il tempo di una defecazione. 20 cani fanno 20 orticelli, praticamente il parco.

E che è successo? Nessuno vuole essere da meno del vicino, che di solito ci ha litigato perché gli deve qualcosa o perché ha guardato il culo alla moglie. I più gasati  la sera si fanno il giro dei gruppetti  imboscati , raccomandandosi, a festa finita, vetro nel vetro, cicche nei posacenere, preservativi nell’indifferenziato. Le cicche delle canne!!!! Guarda qui, mi fa mostrandomi un piede di ombrellone rovesciato promosso posacenere pubblico.  E a terra niente!-

Grazie a Sua Santità Simone dal Quadraro, i nonni  passeggiano, bambini scorrazzano mentre i papà rimorchiano le mamme, i cani cagano e i padroni puliscono. Come nemmeno a Milano 2, dove  le recintano col nastro bianco-rosso e il messaggio: aspettiamo che il responsabile la raccolga.

 

Si, signori. Simone è la dimostrazione che l’Anarchia è una possibile chiave di svolta.

Spammare a sistema il volontarismo locale risvegliando l’identità se non l’orgoglio dei luoghi che abita per svoltare l’oggettiva difficoltà di gestione delle periferie, ad ogni livello.

Può sembrare utopia da ingenui tempi andati, se non fosse che invece finora, com’è che stiamo vivendo?

 

Antonio Pizzola

 

 

 

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