L’INTERVISTA/ La “caporetto” di Antonio Iannamorelli: la comunicazione come antidoto alla crisi

 

Il suo profilo sul sito ufficiale dell’azienda per cui lavora suona così: “Direttore Operativo di Reti, gestisce e coordina tutte le attività relative ai clienti dell’area Lobbying e Public Affairs e di quella Comunicazione”. Un esperto in grado di seguire  “le azioni di maggiore complessità, con particolare riferimento all’attività di Lobbying parlamentare”. Non solo un risolutore, ma formatore e noto in Valle Peligna per la sue passata attività politica, un comunicatore esperto Antonio Iannamorelli, capace di analizzare al meglio i momenti di crisi e mettere in atto la strategia comunicativa più adatta alla risoluzione dei problemi quasi fosse una battaglia, una “caporetto” dalla quale risorgere con più forza di prima. Una metafora, quella tra guerra e comunicazione, che spiega nel suo libro d’esordio la cui presentazione a Sulmona, sua città natale, ci sarà presso il Soul Kitchen di via Volta il prossimo 25 novembre.

“Caporetto management, dalla disfatta alla vittoria: la lezione di Armando Diaz per i manager moderni”, il titolo è tutto un programma. Qual è il messaggio che vuole trasmettere?

L’idea che è possibile gestire le crisi. Caporetto rappresenta la disfatta per gli italiani durante la prima guerra mondiale, il passaggio di comando da Cadorna a Diaz ha risollevato le sorti e l’umore del popolo perchè Diaz si concentrò maggiormente sulla strategia comunicativa e non su quella offensiva sul campo di battaglia in senso stretto. Questo fatto storico è di richiamo a tutta la narrazione del mio libro ed è un esempio attuale per aziende, amministratori, associazioni, leader in generale. Un esempio concreto di come l’organizzazione può gestire eventi nefasti e risorgere.

 

In che senso?

Per risollevare situazioni di crisi si può proiettare la strategia che Diaz usò dopo Caporetto, ai tempi moderni. Cadorna, durante la disfatta, dà tutta la colpa ai soldati: non c’è cosa peggiore, perchè in un contesto di difficoltà bisogna motivare i propri “dipendenti”, non demoralizzarli. La motivazione è un aspetto importante della strategia. Ad esempio per un territorio, come può essere il nostro, è importante il modo in cui un’organizzazione si approccia a possibili eventi catastrofici: una amministrazione che si ritrova a fronteggiare un disastro ambientale deve puntare la sua strategia sulla solidarietà e sul coinvolgimento dei cittadini per riuscire dovrà applicare una formula comunicativa basata sulla trasparenza.

 

Com’è nata l’idea del libro?

Il libro è la rivisitazione della tesi del master frequentato a Tor Vergata. Il discorso è partito dalla gestione delle risorse umane utilizzando metafore belliche. L’idea è venuta pensando alla possibilità di mettere a sistema un metodo vincente cento anni fa, che può essere valido ancora oggi. Ci sono poi spunti che richiamano il nostro territorio. Nel libro prendo ad esame l’esperienza della legione cecoslovacca, che nacque anche nel campo di prigionia di Fonte d’Amore di Sulmona, e la analizzo dal punto di vista psicologico. Un piccolo gruppo di cecoslovacchi imprigionati ha contribuito alla battaglia per la libertà del proprio paese mettendosi contro l’impero austro-ungarico di cui erano dominio spalleggiando, quindi, l’esercito italiano. Si trattava di una legione numericamente piccola, ma questa esperienza è di forte impatto perchè i soldati cecoslovacchi passati con l’Italia, se catturati, sarebbero stati condannati a morte. Nonostante questo hanno rischiato per l’indipendenza, dando un grande esempio ed un grande stimolo agli italiani. Questo per dire che quando si sta affrontando una crisi la mossa più giusta è quella di trovare alleati in modo da catalizzare attorno a sé le forze necessarie per uscirne, a prescindere dai numeri: condividere crea entusiasmo. Cadorna, ad esempio, non era d’accordo sull’integrazione dei cecoslovacchi perchè la sua aspirazione era dominare i popoli slavi. Diaz, invece, è stato bravo nel farsi assecondare dal governo e nel trasmettere la necessità di un cambio di strategia per raggiungere il proprio obiettivo. Facendo quindi leva sulla possibilità di sconfiggere il nemico attaccandolo dall’interno, assecondando le aspirazioni dei popoli che chiedevano l’indipendenza dall’Austria e ponendosi, quindi, alla guida di un movimento per la libertà e non per la conquista. Cambia in questo modo la prospettiva della visione generale di quel tempo. Ciò fa capire come per un manager o un sindaco è necessario avere buoni rapporti con chi prende le decisioni politiche di livello alto perchè da quelle decisioni cambia l’esito della missione.

 

Che tipo di atteggiamento è proposto nel libro?

Trasparente. La comunicazione verso la stampa, i clienti, i consumatori non deve descrivere la situazione al contrario di quella che è, perchè così si rischia di perdere la fiducia. Ai tempi di Caporetto i giornalisti erano obbligati a pubblicare i bollettini così come gli venivano inviati. Il confronto tra notizie e realtà era paradossale. Per il “Resto del Carlino” tutto sul fronte andava bene. Gli abitanti dell’Emilia Romagna, però, che lo leggevano si rendevano conto che le cose non erano proprio così come venivano descritte perchè vedevano i profughi che man mano dal Veneto scendevano verso la loro regione. Qualcosa non tornava. Non a caso il termine “caporetto” è diventato sinonimo di disfatta non solo in Italia, ormai è assimilabile ad un nome comune di cosa. La comunicazione non onesta in quel caso è valsa la perdita della fiducia da parte della popolazione e ha trasformato la crisi in tragedia.

 

Come trova la comunicazione oggi nel territorio peligno?

La vera causa di tutti i mali per la Valle Peligna è questa: c’è forte diffidenza nei confronti della comunicazione, come non accade in altre zone. Prendiamo il caso di Benevento nel post-alluvione con il pastificio Rummo che ha rischiato la chiusura per le perdite di prodotti avute. La calamità naturale, in quel caso, è diventata la leva per far ripartire l’azienda, per avviare un percorso promozionale e solidale di acquisto della pasta in tutta Italia. Una strategia pensata ed attuata da comunicatori di provincia, ma vincente su scala nazionale. Da noi questa spinta non c’è, perchè? Francamente non lo so. Prendiamo la questione Snam: non mi spiego come a distanza di nove anni ancora non ci sia stata una interlocuzione con l’amministratore delegato. La reticenza ad emettere il messaggio è percepita dall’interlocutore che a sua volta non si pone nella giusta condizione di riceverlo. Ci sono persone pagate per ascoltare i messaggi, come è il caso anche di possibili investimenti sul territorio che potrebbero arrivare anche dall’estero, ma se questo non emette alcun messaggio chi può ascoltare? Si formano così delle lacune nel processo comunicativo che vengono riempite dalle fake news, da finzioni. Tornando a Caporetto: la stampa non comunicava quindi l’immaginazione dei cittadini volava, riempendo il vuoto lasciato dalla credibilità perduta dai media.

 

Quindi?

La lezione è che bisogna investire nella comunicazione perchè quando capitano nuove “caporetto” solo così si raggiungono i propri interlocutori. Dal 1915 al 1917 l’Italia ha sempre attaccato, dopo la disfatta la strategia cambia: non si investe più nella battaglia, ma su una azione utile al benessere dei soldati, si interloquisce con la stampa, si creano associazioni di supporto ai mutilati e agli invalidi per fornire assistenza facendo passare il messaggio della presenza dello Stato e del riconoscimento del sacrificio che la popolazione stava sostenendo. Un fatto negativo si trasforma attraverso la giusta comunicazione in un fatto positivo. Per fare comunicazione c’è bisogno di pagare specifiche figure professionali, è necessario investire. Anche Diaz, cento anni fa, si affidò a persone competenti, come Lombardo Radice, cui è intitolata la scuola di viale Togliatti, perchè era competente e non perchè aveva un grado elevato nella gerarchia.

 

Il libro è stato stampato da una casa editrice locale, la Lupi Editore. Perchè questa scelta?

Ho avuto diverse proposte anche a Roma, ma ho deciso di puntare su una azienda del territorio, in fondo sono un esordiente nella scrittura. E’ giusto che ci sia collaborazione per crescere insieme.

Per chiudere: cosa consiglia ai leader?

Che dovrebbero leggere questo testo, se lo capiranno il giorno dopo, per forza di cose, assumeranno e valorizzeranno giovani comunicatori del territorio per ricoprire le lacune presenti in questo settore, tra l’altro con molta offerta fuori. Il nostro territorio è senza dubbio quello più indietro di tutti. Non c’è la giusta mentalità, ma è necessario recuperare terreno.

 

E ai giovani cosa direbbe?

Sempre di leggere il libro per comprendere come la conoscenza della storia sia utile a fornire suggerimenti per affrontare l’attualità. Il comunicatore è il lavoro del futuro perchè, al contrario degli altri, non può essere sostituito con alcuna macchina, ma i professionisti vanno pagati per quello che meritano.

Simona Pace

 

3 Commenti su "L’INTERVISTA/ La “caporetto” di Antonio Iannamorelli: la comunicazione come antidoto alla crisi"

  1. bene ,di comunicatori messia,il mondo e’pieno,alcuni bravi,tanti ciarlatani,piu’ venditori di illusioni,diffondono proprie opinioni,ovvie le ragioni i ritorni particolari,personali..pochi,
    pochissimi i carismatici,quelli che hanno le facolta’ di convincere,persuadare,trascinare…
    rari quelli che tutti vorrebbero essere,un vero leader sa cosa fare,innanzitutto le responsabilita’,prende decisioni,risolve problemi,indica gli obiettivi,le strade da percorere,guida saggiamente al successo,conquista,ai risultati,alla realizzazione del pensiero,idee,valori, ecc dei “comunicati” di riferimento…altro che figure professionali di comunicazione,o no?

  2. Antonio Iannamorelli | 22 Novembre 2018 at 10:16 | Rispondi

    Gentile Musichiere, la mia esperienza ma anche quella del rapporto tra Cadorna e Diaz di cui si parla nel libro, suggeriscono una considerazione a tal proposito: decisioni corrette ma mal comunicate risultano come decisioni sbagliate. Diaz riuscì a resistere grazie alle linee difensive approntate da Cadorna. La stessa divisione comandata da Diaz prima di diventare n.1 si salvò grazie ai piani di ritirata predisposti da Cadorna. Tuttavia questo a Cadorna nessuno lo riconosce e non gli servì per conservare il posto. Quindi i leader si, sono quelli che hanno carisma e tecnicalità. Ma devono circondarsi di staff capaci di comunicare quel carisma e quella tecnicalità in termini comprensibili e coinvolgenti a tutti i soggetti, interni o esterni, che hanno a che fare con l’organizzazione.

    Ne parleremo alla presentazione, spero che sarà con noi.

    Grazie per il commento e per lo spunto.

    Antonio Iannamorelli

  3. bene,la conferma che i leader chiedono sempre di piu’,non accettano la mediocrita’,il sufficiente,si circondano solo di persone capaci,preparate,meritevoli( per raggiunti risultati),che sostengono l’idea,progetto,pensiero,ecc,il team,la squadra e’ sempre vincente, piu’ che comunicare illusioni,spot pubblicitari di sogni non realizzabili,un leader sa perfettamente di cosa parla, cosa fare,conosce bene il proprio lavoro,se “incolpa” qualcun altro…significa che ha fallito,piu’ che comunicati,contano i risultati,o no?

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