Traslocare

è un pò morire, un pò rinascere

E’ al cinquantunesimo scatolone che, impacchettato l’intero armamentario con disciplina prussiana, libri, vestiti, stoviglie, elettrodomestici, mobili e tutto il cocuzzaro segnato scatola su scatola con l’uniposca rosso, stremati e confusi, monta l’astio per le cianfrusaglie spaiate ancora in giro.

Pezzi accoppiati rimasti single, un alfiere nero senza avversario bianco, un orologio a lancetta unica, un doppio cd da cui ne manca uno, una montatura d’altri tempi senza lente destra, rimastini solitari di un rave alla chiusura che vagano episodici in attesa di un passaggio negli scatoloni finali, quelli aggiunti al mucchio all’ultimo minuto, da siglare con un indifferenziato Varie, che nulla racconterà del contenuto al momento del rimontaggio.

E’ allora che, vinti dall’indeterminatezza della scelta, c’è il crollo: calati a pavimento, ebeti a fissare rotolare svogliate al vento delle finestre micro balle di ataviche polveri, antichi capelli di ospiti dal bulbo fragile e coriandoli di carnevali ormai remoti risbucati da anfratti perduti.

Sale così al cielo degli dei preposti lo scoramento per un finale sempre più lontano, mentre si riduce vieppiù la voglia di riattivarsi: che andasse tutto sua sponte a rinchiudersi nel relativo scatolone, come Troisi che parlava col secchio affinchè lo raggiungesse, a svoltare la sua condizione da terrone.

Fanno capolino da un imballo laterale scoperchiato pezzi di tecnologia superata, il primo nokia che non si scorda mai, l’Ipod regalo del compleanno del 97, una videocamera Sony ancora a cassette, ripiegata su se stessa come un galletto per girarrosti: spenti e muti come pesci rossi depressi, con i rispettivi caricatori dai cavi intrecciati e dagli spinotti maschi orfani di corrispondenti femmine fuori produzione, abbandonati nel cesto come una colpa repressa o un non detto che rigurgita solo in occasioni ferali, a cercare con sguardo implorante di plastica e metallo, un’eutanasia risolutiva.

Mai farsi prendere dalle nostalgie e riattivarli perchè quei vecchi arnesi, più delle cassapanche dei ricordi sepolte nell’angolino dei cazzi tuoi, nascondono ancora insidie. Come un tempo gli armadi i vecchi scheletri – cielomiomarito – potrebbero riaccendere ferite malamente rimarginate o solo tamponate con garze d’emergenza, risvegliando sentimenti che è meglio lasciar sfiorire o dissapori che in momenti di tensione emotiva come questo potrebbero degenerare in eventi biblici.

Tanta roba hai buttato ‘sti giorni, ripetendo il karmico massì, qualche volta con soddisfazione – roba buona per carità, mai demodè, ma non ci se la faceva più a ritrovarsela ad ogni apertura di anta, come la ruota in pietra di Superfantozzi -; altre volte a lungo in forse per un attaccamento sentimentale immotivato verso oggetti inanimati, sassolino raccolto in spiagge di amori marinari, pupazzetto peloso di preburtà malinconiche o solo bomboniere di parenti ormai emigrati, che pure se non vengono a controllare da decenni il loro trofeo sulla libreria non si può mai dire.

Per quanto il nuovo domani stia lì pronto per proiettare in nuove eccitanti avventure, lasciare la casa riconosciuta in ogni anfratto, lì dove hai goduto di quel momento di gloria, qui dove ti ha partorito la gatta, su dove hai crocifisso quella bastarda tigre a monito imperituro alle sorelle, giù dove hai conquistato una recalcitrante insperata avventura emotiva, è faticoso:

la casa, dopo un po’, sa di te, chi sei stato, tanto da suggerirti che se sei quel che sei, lo devi anche a lei.

Ma un trasloco è un passaggio inevitabile importante, faticoso come un’impennata di reni all’alba eppure eccitante come il fischio di inizio dell’ennesimo derby: del resto, come avrà sicuramente già detto qualcuno, non c’è rinascita senza almeno una morte.

Il mio trasloco ha coinciso con le elezioni, quando ho finito il nuovo governo era pronto per giurare, succedendo al preesistente. Ho empatizzato per gli sconfitti, vicini nella mia stessa condizione di transito, ma distanti forse per la considerazione del domani di certo ai loro occhi senza più nulla di radioso.

La differenza sta nel crederci, come disse Cristo a Tommaso, selezionare intanto l’inutile e il consunto da buttare e tenere lo stretto necessario, che non sbordi dal furgone giù di sotto, e dedicarsi a pianificare la casa nuova che attende.

Questo, almeno, insegna un provetto traslocatore

Antonio Pizzola

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