Il materasso e la cultura

La prof lo dice sottovoce, non che debba essere sua la vergogna. Nel pomeriggio insieme ad altri prof della scuola Capograssi andrà ad una presentazione di materassi. Sì materassi. Che con il coro e l’orchestra che hanno messo su in mesi e anni di lavoro in classe, purtroppo c’entra e come. Perché è da lì, dalla partecipazione a quella vendita porta a porta, che entreranno una parte dei fondi necessari per far cantare e suonare i bambini nel prestigioso teatro della città. Funziona più o meno così: il venditore di materassi paga una somma di qualche centinaio di euro per finanziare un evento, purché abbia una platea alla quale spiegare quanto sia importante dormire su un buon materasso. Una lezione del buon dormire fuori dagli orari di lavoro e anche, probabilmente, dagli interessi dei partecipanti.
E che a questa esibizione del 20 dicembre ci tengono tanto prof e alunni e non per vanità, né solo per il fine nobile della raccolta fondi a favore dell’Admo. C’è in questa specie di saggio che saggio non è, tutta la passione di voler credere ad un progetto educativo e didattico: la musica, perché la Capograssi è l’unica ad avere un indirizzo specifico musicale, come strumento, è il caso di dire, di crescita. La fatica di mettere su una classe da una ventina di talenti che per due ore a settimana suonano e studiano sax, pianoforte, percussioni e violino e alla fine comporre un’orchestra da settanta elementi; e poi il coro da trecento ragazzi e ragazzini, che tutti si devono sentire parte del progetto.

Un materasso, un po’ più comodo, lo ha trovato ieri in extremis anche il concorso internazionale di canto Maria Caniglia che l’edizione 2018 la celebrerà nel 2019. I soldi che fino a ieri non c’erano, infatti, questa volta li ha messi la Fondazione Carispaq: un tocco di mecenatismo che non guasta mai, anche e soprattutto sotto campagna elettorale. E che, anche qui, come il venditore di materassi, la cultura si arrangia con quel che può e con quel che c’è.
Come l’ultima delle Cenerentole, ormai, non se la fila più nessuno: le leggi regionali di settore sono sparite da un decennio lasciando dietro di sé l’illusione dei bandi e del merito e una montagna di clientes. Perché i bandi quando si fanno si fanno di anno in anno, di solito allo scadere, e con regole che con la cultura non sono sempre compatibili, quelle dei numeri e dei biglietti staccati. Senza possibilità di programmare e progettare a medio e lungo termine, che per un operatore culturale vuol dire molto, moltissimo, sia in termini di capacità di trattare sul mercato, sia nella prospettiva di investimenti.

E invece ogni anno è sempre la stessa storia, ad aspettare la strenna natalizia sotto l’albero con le mani tese a fare l’elemosina, come se agli organizzatori di eventi, nella maggior parte dei casi volontari, si stesse facendo un favore. Una gentile concessione.
Così muore lentamente la cultura, i premi prestigiosi, i laboratori del sapere. A Sulmona e nel resto d’Abruzzo. Aggrappati al materasso a sperare che passi la nottata.

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