L’INTERVISTA/ Paolo Cavallone: il viaggio di una vita, tra suoni e nuove prospettive musicali

La musica per Paolo Cavallone è sempre stata una costante, una continua investigazione alla ricerca di nuove sonorità e commistioni. Compositore di Sulmona, e fra i maggiori del panorama musicale contemporaneo, Cavallone vive e lavora da anni in Francia. Ha frequentato le maggiori istituzioni musicali italiane (Accademia di Santa Cecilia e Accademia Chigiana, per citarne alcune), è stato professore di Composizione in importanti istituzioni in Usa, in Nuova Zelanda e in Italia e tiene regolarmente conferenze sulla sua musica in tutto il mondo. Le sue composizioni sono state eseguite nei maggiori festival internazionali.

Il suo è un viaggio alla ricerca di nuovi suoni e di nuove prospettive dalle quali inquadrare l’evento sonoro. I critici hanno parlato a proposito della sua poetica di un “attraversamento verticale” ossia della sua capacità di raggiungere e di “abitare” la profondità dei vari “contesti sonori” presenti nelle sue opere. Tra i suoi ultimi lavori c’è “Metamorfosi d’amore”, opera legata al bimillenario della morte di Ovidio. L’ultimo disco, frutto della sua ricerca, è Hóros.

 

Come nasce la passione per la musica?

La musica è stata sempre importante per me. Quando ero bambino, a casa, c’era un pianoforte. Ascoltavamo di tutto in famiglia, diversi generi, da Wagner ai Beatles. Amavo e amo molto il blues (che ho suonato per anni). Ricordo che a 5 o 6 anni riconoscevo al pianoforte le note delle melodie che ascoltavo, “ricordandole” fra i tasti. Ho iniziato a prendere lezioni regolari a circa 10 anni. Sognavo di diventare un compositore da bambino e studiavo appassionatamente la teoria musicale. Sfogliavo e osservavo le diverse partiture orchestrali che avevamo in casa e ne restavo fortemente colpito: volevo scoprire il modo di poter realizzare un lavoro tanto complesso. Mi affascinava anche la “vita” del suono, la sua durata e direzionalità: ancora oggi ricerco sulla sua spazializzazione, intesa anche come prolungamento d’un gesto fisico.

 

Lei ha studiato al Conservatorio dell’Aquila. Come si è evoluta la sua carriera accademica dai tempi della formazione?

Ho dei ricordi meravigliosi degli anni in Conservatorio “Casella”, come pure all’Università dell’Aquila. Parliamo del periodo che va dal 1992 al 2001. Iniziai a frequentare i corsi di Composizione a 17 anni. Mi sono poi diplomato in Composizione, in Pianoforte e in Strumentazione per banda. Parallelamente mi sono laureato in Lettere. Gli anni di specializzazione, seguenti, includono l’alto perfezionamento triennale con Azio Corghi all’Accademia di Santa Cecilia, come pure un dottorato di ricerca alla State University of New York. Nella stessa Università sono poi stato professore incaricato e collaboratore di ricerca. Mi sono trasferito, in seguito, in Nuova Zelanda come professore in visita di Composizione e Orchestrazione alla Victoria University di Wellington. Il resto è storia recente, fra master-class e conferenze che ho tenuto in vari paesi d’Europa, in Canada, in USA, etc. Nel 2014, ricordo un anno bellissimo, come professore di Composizione al Conservatorio di Latina.

 

“Confini”: fra i suoi brani più eseguiti nel mondo, come nasce?

Confini è un brano del 2006. L’idea originale era quella di realizzare una sonata per pianoforte. Ho impiegato due anni per comporlo. La maturazione è stata lenta. Ad informare il brano c’era lo sforzo di immaginare un pezzo per pianoforte nel nostro tempo, nel XXI secolo, con i suoi ritmi, le sue dimensioni, il suo essere “senza confini”. Da un punto di vista storico, anche la sonata classica nasceva da un confronto con la realtà e ne rispecchiava strutturalmente le sembianze. La sonata moderna dovrebbe rispecchiare a sua volta quella realtà caleidoscopica del mondo d’oggi, fatto di poliedricità ideologica, multietnicità. Da qui la compresenza nella mia composizione di materiali diversi; non ho posto alcun limite alle scelte stilistiche che potevano intervenire nel corso del lavoro.

In linea di massima, se la musica apre determinate “direzioni” sonore, io la accolgo. Naturalmente, si tratta di una rilettura del materiale modellato. Nel caso specifico di “Confini”, gli echi di Debussy e Ravel sono seguiti da quelli di Scarlatti, Piazzolla, dal flamenco al tango… Ecco, anche la gestualità riferita alla danza trovo sia fondamentale.

In che senso?

È un confine sottile quello tra la percezione del suono e dei gesti, che entrano in ambiti interiori, assolutamente misteriosi. Confini tra vari approcci o prospettive compositive. In fondo questa è l’idea sottesa in molti miei lavori che portano titoli come “Confronto”, per esempio, o “Porte”.

 

Ci vuol parlare di “Metamorfosi d’amore”, recentemente eseguito all’Opera di Rennes, in Francia?

Si tratta di un lavoro per flauto, violoncello e orchestra, commissionato dall’Orchestre Symphonique de Bretagne e dalla Mitteleuropa Orchestra di Udine. Il brano, già presentato in prima italiana nel novembre 2017 a Palmanova, è stato eseguito all’Opera di Rennes il 24 e 25 gennaio scorsi. I direttori rispettivi sono stati Marco Guidarini e Aurelien Azan-Zielinski; i solisti: Roberto Fabbriciani, al flauto (sia in Italia, sia in Francia), e, rispettivamente, Antonio Merici e Aurelien Pascal, al violoncello. Diverse suggestioni e stimoli sono confluiti nella realizzazione di “Metamorfosi d’amore”. Da un lato, il concetto di mutazione come metamorfosi interiore e del corpo, dall’altro, il bimillenario della morte di Ovidio. Si tratta di un omaggio alla grande eredità culturale del nostro territorio e ad un nostro conterraneo, forse il più raffinato ed elegante poeta mai esistito. Come sa il mio legame con la nostra terra d’Abruzzo è molto forte.

 

A livello culturale e musicale cosa pensa della Valle Peligna?

La Valle Peligna, felicemente, ha sempre prodotto degli artisti, poi ce ne sono tanti in carriera, ci sono tanti professionisti. C’è sicuramente una grande tradizione musicale. Non sto seguendo gli emergenti, ma tenga in considerazione che non vivo in Abruzzo dal 2005. In generale,  l’Abruzzo ha tantissime risorse, potrebbe essere la Toscana del Centro-Sud, ma non mi sembra che venga valorizzato come dovrebbe.

 

 

Cosa consiglia ai giovani artisti?        

Consiglio sempre di studiare, non soltanto la necessaria tecnica vocale, compositiva o strumentale che sia, ma di impadronirsi degli strumenti necessari a decodificare la complessità del reale contemporaneo. È necessario non perdere la memoria storica, al fine di poter restituire l’essenza della propria ricerca artistica. Stiamo entrando in una nuova epoca che ci richiede di confrontarci con il caleidoscopio di colori che essa presenta. Si assiste ormai da anni ad una standardizzazione che ha invaso sia il creare compositivo della musica di ricerca, sia quello più immediato di vari generi musicali. Ad esempio, molti cantanti di musica leggera propongono le cosiddette cover e spesso non hanno uno stile proprio, ma imitano cantanti del passato. La conoscenza del passato, la consapevolezza di noi stessi nel confronto col reale, genera la necessità creativa e una conseguente originalità.

 

Simona Pace

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