Maurice e Salvatore, storie di libertà

Da quei giorni del ‘43 è passato tanto tempo, 75 lunghi anni, questa volta però a differenza della storia di Rosina e Len, i protagonisti ci hanno lasciato già da un po’. Ma a voler rivivere quell’umanità che non dimentica, fatta di riconoscenza, protezione e salvezza che fece incontrare nell’orrore della guerra Maurice Bartholomew e Salvatore Petrilli, sono rispettivamente la nipote Teresa Clowes Bartholomew e la figlia del signor Petrilli, Maria.

Un racconto tramandato nelle tre generazioni, che si affida alle poche immagini che al tempo la piccola Maria riuscì a custodire nella sua mente, oggi 80enne solare che mi porge la foto di suo padre Salvatore, un bell’uomo, un sulmonese di gran cuore.

 Non ricorda con esattezza per quanto tempo il soldato Maurice fu nascosto in quella casa di via Panfilo Serafini a Sulmona, qui la trama segue più la memoria delle emozioni che la cronaca del periodo trascorso dal giovane inglese in quella botola sotto la cantina. Ma di certo c’è che suo padre negli anni della Sulmona del campo di prigionia, di spaghetti e filo spinato, non ci pensò due volte ad ospitare un alleato, un inglese, seppur nemico sulla carta, sarà che era un uomo generoso, sarà che forse la ragione è nel suo nome Salvatore, lui 50 enne decise di offrire un nascondiglio al 28 enne prigionero tradotto nel Campo 78, mettendo a rischio la sua vita, vivendo mesi lontano da occhi indiscreti e attenti soprattutto a quelli del vicino di casa fascista.

“Ero piccola e non ricordo molto di quei mesi, è quello che ci ha raccontato papà, c’era la guerra, tempi di pane e miseria” mi spiega incuriosita dalla penna che scrive e da quel collegamento internet pronto a consegnarle i volti dei nipoti di Maurice. A cucire l’incontro, ieri, e a farsi da ponte di sentimenti e passaggi cruciali di quegli anni il professor Mario Setta, il ricercatore Mario Salzano e la traduttrice Michelle Reid.

E’ così che una connessione annulla le miglia di distanza (guarda il video – Memorie dal Campo 78 – nella sezione “de visu”), i volti e le voci sembrano toccarsi, a pronunciare la prima frase è Teresa Clowes “grazie per aver salvato mio nonno, grazie a voi noi siamo in vita”  parole che hanno riempito di commozione e orgoglio gli occhi azzurri di Maria. Anello di congiunzione di tanti ricordi è sua cognata Giovanna Restaino che col marito Fernando, figlio minore di Salvatore, incontrò Maurice nel ’74 giunto a Sulmona assieme ad altri alleati, tornati nei luoghi della prigionia, il passaggio tra buio e luce di quei chilometri verso la libertà, che riferisce alla nipote del soldato inglese “somigli tanto a tuo nonno”.

Le domande si rincorrono per poi perdersi in silenzi e pensieri sospesi a quel ’43 narrato all’una dal padre Salvatore e all’altra dal nonno Maurice, di fagioli da mangiare quasi tutti giorni, di lingue sconosciute ma di occhi che sapevano comprendere le ragioni del dolore a causa di una guerra assurda e della follia nazi-fascista

“I tedeschi vennero una volta, entrarono in casa ma appena arrivarono in cantina, vedendo il passaggio stretto e le scale decisero di non scendere e così non trovarono mai la botola. Quella volta furono loro ad aver paura che noi potessimo spingerli e chiuderli giù”. A portare Maurice all’appuntamento con la fuga fu lo zio di Maria, Maurice cominciò quel sentiero con i suoi compagni, la Sulmona-Casoli, la strada della Libertà, tra salite, fiato, freddo e resistenza sui fianchi della Majella.

I ricordi si arrestano e fanno spazio al presente, si arriva al momento dei saluti, dopo le immagini delle generazioni che si sono succedute, testimonianza di vita grazie a quel gesto di Salvatore.

“Vi aspetto a maggio” esclama Maria, “noi vi vogliamo ospitare” aggiunge Giovanna. A maggio Teresa Clowes e suo marito saranno a Sulmona per incontrare, questa volta non più attraverso uno schermo, la famiglia Petrilli, ripercorrere i passi della memoria, del Freedom Trail, della fuga da Sulmona la città che trovò in uomini coraggiosi porte aperte e rifugio, umanità ferite da una guerra violenta, uomini sconosciuti con divise nemiche divenuti fratelli, entrambi, chi in terra straniera, chi nella propria, animati da quel sogno di libertà.

Anna Spinosa

 

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