Milionari, ed evasori, a loro insaputa. Assolti due sulmonesi

Loro non c’entravano niente, eppure sulla carta risultavano amministratori di una società milionaria e soprattutto con milioni di debiti nei confronti del fisco. Oltre 4 milioni di euro in quattro anni, in particolare, tra evasione dell’Iva e dell’Ires. Cifre da capogiro per un ex magazziniere e un disoccupato che, però, sono stati assolti dal giudice del tribunale di Sulmona Marco Billi che ha riconosciuto la loro sostanziale estraneità ai fatti. Ovvero che, chi più chi meno coscientemente, era stato usato come testa di legno per un raggiro poi finito in un’altra inchiesta della procura di Sulmona.
La storia, incredibile, è quella di Lorenzo Franchini, 56 anni, e Domenico Cossari, 61 anni, entrambi di Sulmona. Tra il 2009 e il 2012, a bienni alterni, erano stati nominati amministratori della “Gene Engeneering & Devolpment srl”, società farmaceutica, fantomatica, utilizzata più che altro per emettere buste paga dalle quali accedere al credito di finanziarie.
Il primo, Lorenzo Franchini, ex magazziniere, difeso dall’avvocato Alessandro Tucci, in verità aveva acconsentito alla richiesta di un conoscente di acquisire le quote della società ed essere nominato amministratore, ma del fatto che la stessa società avesse iniziato ad “operare” o almeno a produrre bilanci, non ne era mai venuto a conoscenza. Così quando l’Inps gli aveva fatto recapitare una convocazione per i circa 750mila euro di contributi non pagati alle centinaia di dipendenti che non sapeva neanche di avere, aveva denunciato tutto alla guardia di finanza.


La storia del secondo, Domenico Cossari, disoccupato, difeso dall’avvocato Daniele D’Amico, è anche più incredibile della prima. Perché Cossari, succeduto alla guida della società fantasma a Franchini, non sapeva neanche dell’esistenza della stessa. A fare l’amministratore ci era finito a sua insaputa, perché un giorno, in un bar, un signore (che poi sarà arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle truffe alle finanziarie) gli aveva detto che avrebbe potuto trovargli lavoro e per questo si era fatto consegnare un documento d’identità. Tanto era bastato per ritrovarsi a capo di una farmaceutica con milioni di fatturato e di debiti e anche con un’auto acquistata a nome della società e beatamente goduta dal signore del bar.
I bilanci, neanche a dirlo, erano stati depositati alla Camera di commercio (ma non al fisco) con firme false che il giudice su richiesta degli avvocati ha fatto peritare scoprendo essere appunto false.
Paperoni a loro insaputa, insomma, finiti nei guai per un “caffè al bar”.

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