Brucia la città

Il tentativo di incendiare l’auto del responsabile tecnico e coordinatore generale degli impianti Cogesa, Stefano Margani, giovedì notte, non è stato, secondo gli inquirenti, un vero e proprio atto incendiario. Il rogo, se così si può chiamare, sarebbe stato infatti acceso utilizzando una bottiglietta da mezzo litro di benzina, ritrovata nei pressi della Ford Focus che era parcheggiata nell’abitazione del dirigente Cogesa ad Introdacqua. Insomma nulla di scientificamente preparato, ma non per questo il gesto non deve destare preoccupazione e aprire una seria riflessione, oltre che indagini, su cosa stia accadendo in Valle Peligna, intorno alle società partecipate e in particolare intorno al Cogesa.
Stefano Margani è un “bravo ragazzo” come si suol dire: una famiglia per bene, un lavoratore preparato, uno che non ha mai dato fastidio nella sua vita privata. E’ quindi chiaro, lo è anche per le forze dell’ordine che indagano su questa vicenda, che quel gesto, seppur potenzialmente innocuo, è stato un atto di intimidazione per il ruolo che svolge e per la carica che ricopre, ancor più specificatamente per essere lui tra le persone più identificabili con la società che gestisce i rifiuti sul territorio.
Parlare di piromani, insomma, non è solo inopportuno e riduttivo, ma anche dannoso: perché si rischia di minimizzare un fenomeno che, al contrario, va probabilmente collegato e inserito in puzzle molto più complesso. E non solo dalle forze dell’ordine, ma anche e soprattutto dalla politica.
Un passaggio chiave di questo puzzle, d’altronde, è stato messo il 24 novembre scorso, quando ad essere inceneriti sono stati, questa volta con tecnica quasi militare, cinque mezzi del Cogesa nel e fuori il deposito del Pastorino. La natura dolosa dell’incendio è stata confermata dai rilievi fatti e d’altronde c’era poco da immaginare vista la tecnica e la mappa degli obiettivi colpiti.
C’è poi un altro incendio, l’incendio madre, quello del Morrone nell’estate del 2017 che non necessariamente è collegato a questi, ma che, come questi, risponde probabilmente a tecniche e mandanti di alta caratura. Come d’altronde ebbe a dire lo stesso procuratore capo.
Che la criminalità organizzata cerchi un varco in una miniera come quella della gestione della monnezza, d’altronde, è cosa che può meravigliare solo da queste parti dove la camorra, la mafia e la ndrangheta, si sono fermate, almeno fino a qualche anno fa, alle porte del territorio.
La città, insomma, brucia, e finora a tutti questi episodi, che non sono quelli del piromane che pure ha tenuti svegli i sulmonesi a fasi alterne, non è stata data ancora alcuna risposta.

Le inchieste della magistratura non hanno prodotto finora alcun risultato: non un indagato, né una pista sufficientemente utile da poter indicare una strada. E probabilmente, da soli, gli inquirenti, non possono farcela.

Perché per chiudere le porte alla criminalità organizzata, messo che si sia ancora in tempo, è necessario che questa non trovi nessun pertugio dal quale entrare: la mafia è come un topo, capace di modellare il suo corpo anche al più impensabile varco.
Ecco perché la questione non è solo giudiziaria, ma anche politica.
Ci vogliono padroni di casa forti e autorevoli, riconosciuti da tutta la comunità e dalla classe politica. Persone fidate e non delle quali diffidare.

I carabinieri di Sulmona, che stanno lavorando sul caso, stanno vagliando diverse ipotesi, scandagliando in particolare gli appalti milionari in corso (come quello da oltre 7 milioni di euro per il full rent) ed è probabile che gli uomini del comandante Maurizio Dino Guida (arrivato solo a settembre scorso al comando della compagnia) si avvalgano nei prossimi giorni dell’ausilio dei colleghi del provinciale e forse anche della direzione investigativa antimafia. Il campo d’azione quando si parla di rifiuti, d’altronde, è molto vasto e non riguarda necessariamente solo gli appalti milionari ufficiali. Si tratta, per tutti, di cominciare ad imparare a decodificare e parlare un linguaggio ben preciso, quello della malavita organizzata. Che non sempre ha una bottiglia di benzina in mano, ma a volte, anzi spesso, indossa la giacca, la cravatta e magari una valigetta di cash da lavare nell’acquisto di qualche azienda o capannone in cenere.
Mentre fuori brucia la città.

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