La morte di Guido Conti e il peso di Rigopiano

Il mistero della morte di Guido Conti, o meglio dei motivi che lo hanno portato, molto probabilmente, a spararsi un colpo alla tempia destra ieri sera, sono racchiusi verosimilmente in quelle due lettere che ha lasciato alla sua famiglia. Una alla moglie e alle figlie e l’altra alla sorella Silvia.
E’ proprio in quest’ultima che Guido Conti parla, tra le altre cose, di Rigopiano. La tragedia che il 18 gennaio scorso ha ucciso 29 persone, travolte dalla valanga di neve e macerie di un albergo che era stato ampliato nel 2007, quando Conti era a capo della Forestale di Pescara ed era intervenuto per questo con delle prescrizioni sulla realizzazione del centro benessere (l’unico, in verità, a non aver avuto vittime in pancia).
Una tragedia, su cui è ancora aperta un’inchiesta giudiziaria, che lo aveva scosso e che forse gli aveva procurato un profondo senso di colpa. Forse per non aver fatto abbastanza, vigilato a sufficienza. Per non essere intervenuto come poteva, lui che non aveva mai lasciato passare nulla, neanche i dubbi, che non avesse il crisma della legalità.
Gli inquirenti, ovviamente, non lasciano intentata nessuna ipotesi, compresa quella della delusione lavorativa, del passaggio dall’Arma alla Total, azienda dalla quale si era dimesso mercoledì scorso “per motivi personali”, gli stessi che forse lo hanno portato a consumare un gesto estremo quanto premeditato.


Le dimissioni, il profilo cancellato da Facebook, il bacio sulla fronte alla figlia prima di uscire di casa ieri mattina con in tasca una pistola e cinque colpi calibro 9 che raramente aveva con sé, persino quando era ancora militare.
Guido Conti si è ucciso, lo ha confermato anche l’autopsia che si è svolta questo pomeriggio ed eseguita dai due anatomopataologici nominati dalla procura Ildo Polidoro e Luigi Miccolis. Ieri mattina è passato da una tabaccheria, ha acquistato dei fogli su cui scrivere, poi è salito sul monte Morrone, lungo la provinciale per Pacentro, si è seduto sotto una pianta, ha scritto i suoi addii, ha preso la pistola e si è sparato alla tempia destra.
Il suo corpo è stato trovato solo in serata da quelli che prima erano suoi uomini, due forestali del comando di Pacentro (Sandro Moroni e Vincenzo Calabria) che nel loro pattugliamento hanno notato l’auto, l’hanno riconosciuta, si sono messi a chiamare pensando che il loro ex comandante fosse caduto da qualche parte, per poi trovare il suo corpo. Disteso a terra, con il braccio sul petto e la testa devastata da quel calibro 9 esploso a brucia pelo.

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