Sentenza Di Nino, “ridimensionate le accuse della Procura arrabbiata”

Un “quadro accusatorio decisamente ridimensionato”, una sentenza “che non rende giustizia piena, ma che sgombra il terreno dalle accuse più gravi”. Così il gruppo autotrasporti Di Nino, commenta la sentenza emessa ieri dal tribunale di Sulmona in merito all’inchiesta giudiziaria che vedeva imputate nove persone tra cui i titolari dell’azienda pratolana.
“Con contraddizione evidente rispetto ad un quadro accusatorio unitario, il solo Piero Di Nino, assolto da otto episodi di estorsione – si legge in una nota -, è stato ritenuto responsabile, sia pure con concessione di attenuanti generiche, di due residui episodi. Aspettiamo le motivazioni e con serenità proporremo appello, confidando di poter dimostrare nel secondo grado di giudizio, l’insussistenza anche di questi residui episodi, certi che una sentenza di assoluzione piena sia il giusto epilogo di questa annosa vicenda”.
I Di Nino sottolineano poi come siano stati assolti dalle accuse di truffa e falso, ma soprattutto da quella imbarazzante di violazione dei diritti politici, per aver cioè costretto i propri dipendenti a votare nel 2010 Antonella Di Nino alle elezioni provinciali.
Ed è proprio l’ex vice presidente della Provincia, oggi sindaca di Pratola e candidata al Senato per Forza Italia, ad affidare alla Rete un suo intimo commento sulla vicenda.
In un lungo post-lettera indirizzata al padre su Facebook, infatti, Antonella Di Nino ripercorre le fasi giudiziarie, ma anche personali di questa lunga battaglia giudiziaria. Senza negare un certo disagio per i toni forti usati dal pubblico ministero Giuseppe Bellelli durante la requisitoria: “Oggi ancora una volta ero accanto a te – scrive la sindaca rivolgendosi al padre – quando una Procura nelle vesti di un uomo arrabbiato urlava che eri un ‘padrone’ come quelli che si vedevano nell’America degli anni Trenta, che eri uno che incuteva timore ai tuoi dipendenti, che minacciavi e soprattutto ero lì stretta a te quando quello stesso uomo gridava alla vergogna e diceva che si doveva credere a quell’accusatore (condannato sinanche per sfruttamento della prostituzione) perché lui diceva la verità e tu mentivi”.
Ma è sul passaggio relativo all’accusa di aver imposto il voto che i toni si fanno più intimi: “Assolto soprattutto da quella grave imputazione sul voto di scambio – scrive Antonella Di Nino – e per la quale io mi sono sentita per anni in colpa …. tu non avevi fatto nulla di ciò che ti si imputava ed oggi finalmente la verità è stata accertata”.

2 Commenti su "Sentenza Di Nino, “ridimensionate le accuse della Procura arrabbiata”"

  1. Io ,intendiamoci, non sono di parte.Sono uno però, che non ha portato il cervello all’ammasso,facendoselo rintronare da uno dei giornaloni di parte, che la maggior parte di magistrati ed avvocati legge quotidianamente.Il messale della sinistra effettiva e di complemento. La storia dei fratelli Di Nino è quella dei self made man, cioè di coloro che si realizzano alla grande, venendo dal nulla. Fu il padre a fare su e giù con il nord,trasportando vino o che altro con un camioncino male in arnese. Morto lui, subentrarono i figli, ambedue,Stefano e Piero che pian piano , sostituirono il vecchio mezzo del padre con autotreni da loro guidati, che a poco a poco divennero tanti. Tanti perché rischiarono e presero la palla in balzo, quando nella valle cominciarono a sorgere industrie di una certa importanza, FIAT in testa. Ora dopo tanti anni di lavoro, sono dirigenti della loro azienda,sotto il loro diretto controllo e quello dei familiari e danno lavoro a tante persone, molte delle quali sollevate da una disoccupazione cronica e deleteria. Ora qualcuno deve sapere che il corpo operaio ha sì dei diritti ma ha anche dei doveri,da rispettare e soprattutto non deve avvelenare ,con le solite rivendicazioni,l’assetto del lavoro.Cosa che succede spesso negli ambienti lavorativi. In Italia stanno delocalizzando diverse imprese,basta leggere le cronache anche recenti.Se ne vanno, dove la gente vuole lavorare senza farsi illusioni e dove la tassazione le strozza meno. Ci restano solo quelli come l’impresa di trasporti Di Nino, che nonostante il clima ostile,e l’arringa del pm lo ha ampiamente dimostrato(padrone’ come quelli che si vedevano nell’America degli anni Trenta). In Italia ,il lavoratore ormai è sacro. Però solo quello della CGIL. Mai visto un lavoratore muscolare e non cerebrale, che venga condannato in giudizio.La giusta causa anche se scritta di fatto non esiste. Riusciranno a distruggere l’impresa Di Nino con tutti lavoratori che se la prenderanno in saccoccia? Chiedetelo ai lavoratori della Embraco. Sicuramente riciclati sul groppone dei soliti pagatori di tasse esose.

  2. Sicuramente la storia va inquadrata come si deve e ponderare il tutto, resta però una condanna pesante, 3anni e 9 mesi non li danno nemmeno agli spacciatori più incalliti. Strano paese l’italia. Ad ogni modo la stampa, forse perchè in clima elettorale, non ha dato alcun eco alla notizia, alcune testate web poi, hanno addirittura celebrato come un trionfo una condanna più lieve di quella chiesta dal PM. Aspettiamo tutti i gradi di giudizio e poi tireremo le somme. Ad ogni modo mi dispiace.

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