Lo stupro chiamato per nome

Aprire i social e constatare tanta indignazione, rispetto all’accaduto al Foro Italico di Palermo, fa affiorare una certa soddisfazione: l’assordante silenzio di una mattina ogni tre, in cui si registra una donna ammazzata, finalmente si squarcia con la condivisione delle conversazioni telefoniche e messaggistiche dei sei poco più che adolescenti.
Certo ad un primo impatto sono parole crude che suscitano ribrezzo e rabbia ma sono le conversazioni di uno stupro, nient’altro. Intendo dire che sei maschi che si accaniscono sessualmente su una coetanea non certo commentano utilizzando i versi di Boccaccio o di Ovidio. Se consideriamo, poi, che purtroppo di episodi come questo se ne consumano molti nelle nostre città, nei locali notturni, nel gruppo dei pari, soprattutto in estate, ci viene da chiedere perché tanto clamore e cotanta presa di posizione da parte di tutti e non solo degli addetti ai lavori.
Perché, a mio avviso, questa volta se ne è parlato, perché invece di nascondere la polvere sotto il tappeto le cose sono state chiamate con il loro nome. È esattamente questo che accade quando un maschio violenta una donna ed accade sempre sia che si tratti dei vicoli di Palermo, sia del locale alla moda di Milano sia nel quartiere bene di Roma. Il copione è sempre lo stesso: una donna, una persona che viene annientata, che per quanto gridi il suo dissenso non viene considerata perché è un oggetto, uno straccio da utilizzare, strizzare e poi buttare.
È qualcosa in più della ricerca del piacere sensuale, è qualcosa di più profondo e più radicato. In quel “la carne è carne” c’è, nel ragazzo di 18 anni, la convinzione che la soddisfazione del proprio desiderio sensuale è prioritario, è al di sopra di concerti come rispetto, reciprocità, condivisione.
Lo dimostra il dopo, quel momento in cui si ripensa all’accaduto e, invece di stare male, si inviano i video di quei momenti, si raccontano i particolari agli amici come se niente fosse, ci si preoccupa soltanto di sé stessi e non di quello straccio senza dignità che in una notte d’estate è rimasta, abbandonata, in un vicolo di Palermo sanguinante e dolorante dentro e fuori e soprattutto per sempre.
Si, questi sei ragazzi sono il peggio di questa nostra società ma da oggi, dal momento in cui sono state pubblicate le lori conversazioni. Fino al giorno prima erano soltanto un gruppo di poco più che adolescenti che si godono l’estate insieme, davanti ad un bicchiere di birra, facendo la corte a qualche coetanea. Come molti, come tutti. Proprio in questo “molti” e “tutti” c’è anche il “sempre” perché il maschio si porta dietro da tempi molto lontani quel senso di superiorità e di possesso nei confronti della donna/oggetto, oggetto di piacere, fonte di riproduzione, dispensatrice di cure, animale da fatica all’occorrenza. Solo questa è la chiave ed è su questa che dobbiamo lavorare. L’emancipazione che gli anni 60/70 ha regalato alla donna libertà e autodeterminazione ha avuto una lunga eco fatta di leghi, educazione e cambiamenti sociali; oggi però stiamo vivendo una risacca e si percepisce dal numero di donne uccise (30 durante la sola estate), dal gender gap retributivo, dal numero inferiore di donne nei posti dirigenziali ecc…
Eppure l’attenzione è alta, le leghi ci sono e sono in continuo fermento, i servizi territoriali iniziano ad essere sensibili e consapevoli ma c’è ancora un intoppo affinché si possa ritornare sulla giusta strada. È l’intoppo dell’educazione, è l’ostacolo di una società che diventa sempre più superficiale, attenta più all’apparenza che alla sostanza. I nostri giovani respirano un’aria malsana fatta di “tutto e subito”, di soddisfazione di bisogni immediati e vacui, di futuro incerto; sentono la mancanza di fiducia della generazione precedente e contemporaneamente la volontà della stessa di mettersi al loro pari. Tutto ciò genera confusione e lascia il posto ad istinti atavici. I ragazzi in questione sono giovani ma non piccoli, devono essere in grado di discernere ciò che è buono e giusto da ciò che non lo è

ma non lo sono e come loro non lo sono molti; devono essere per questo puniti severamente e le loro malefatte stigmatizzate ma di contro dobbiamo iniziare a ripensare la società,  dobbiamo tornare ad approfondire la nostra esistenza , a restituirle spessore.
Le famiglie, ovviamente,  danno la differenza ma quante volte da una pianta secca nasce un virgulto che darà frutti succosi solo se il contadino se ne prenderà cura. Il contadino non è altro che la scuola, ad esempio,  ove è necessario iniziare a porre attenzione ai temi dell’educazione affettiva, del rispetto tra i sessi, della reciprocità, dell’inclusione, dell’uguaglianza. Ottimi i percorsi sul nazismo, sull’educazione stradale, sugli abusi e sullo sport ma purtroppo è giunta l’ora di insegnare ai nostri ragazzi ad essere uomini e donne e non solo maschi e femmine; di foggiarli nell’intimo in quel sentire quotidiano che loro non ascoltano più. 
Vorrei che tutte le condivisioni dello stupro di Palermo diventassero un momento di riflessione, che non ci limitassimo a schifarci di quelle parole e dei gesti  che evocano ma ci soffermarsi sullo schifo di società che la nostra generazione sta costruendo e che quelle future potranno solo peggiorare.

Gianna Tollis

7 Commenti su "Lo stupro chiamato per nome"

  1. Vincent cogesar | 22 Agosto 2023 at 19:08 | Rispondi

    Ci vuole l’educazione civica!
    ..i social, purtroppo ,sono diventati uno strumento per apparire nel bene e nel male..vedo la deriva con questi giovani!..

  2. La dottoressa come al solito ha fatto centro.
    Complimenti.

  3. Brava.

  4. Il diritto alla difesa è garantito costituzionalmente.
    È altamente immorale la strategia difensiva (ancora una volta) e immorali sono i difensori che la attuano,
    basata sul consenso della vittima.
    Anche per questo bisogna indignarsi.

  5. Gianluca Lavalle | 23 Agosto 2023 at 16:28 | Rispondi

    Pur condividendo – e non potrebbe essere diversamente – la maggioranza delle riflessioni svolte dalla Dottoressa Autrice, non mi riconosco minimamente nella seguente: “…il maschio si porta dietro da tempi molto lontani quel senso di superiorità e di possesso nei confronti della donna/oggetto, oggetto di piacere, fonte di riproduzione, dispensatrice di cure, animale da fatica all’occorrenza. Solo questa è la chiave ed è su questa che dobbiamo lavorare.”.

    Non ho mai – mai in tutta la vita !!! – concepito, avallato o anche solo intimamente avvertito simili distorte sensazioni o opinioni, né conosco (e quindi frequento; e ci mancherebbe altro) uomini che siano in linea, anche solo ipoteticamente o tendenzialmente, con tali anomale impostazioni. Ne ho visti, certo, indirettamente (ed anche per ragioni di lavoro), ma costituiscono una minoranza, certo cancerosa, certo devastante, ma pur sempre una minoranza.
    Trovo, per questo ed a mio modesto parere, errato estendere al “maschio” in generale alcune nefaste peculiarità caratteriali e comportamentali, oltre che concettuali, che sono proprie di questa minoranza di violenti che non chiamerei né “maschi”, né “umani”, né – me che meno – “uomini”.

    Parimenti trovo che il concetto successivo – secondo cui “È l’intoppo dell’educazione, è l’ostacolo di una società che diventa sempre più superficiale, attenta più all’apparenza che alla sostanza. I nostri giovani respirano un’aria malsana fatta di “tutto e subito”, di soddisfazione di bisogni immediati e vacui, di futuro incerto” – paia, in assenza di specifiche indicazioni e di specifici distinguo dell’Autrice, incentrato e rivolto esclusivamente al ridetto “maschio”, essendo ovvio – e ciò senza che, altrettanto ovviamente, l’argomentazione abbia alcuna valenza, men che meno velatamente giustificativa (ché di giustificazioni non ne esistono in tali casi !!!), sulla dolorosa tematica dello stupro – che la superficialità e la tendenza alla prevalenza della forma sulla sostanza siano trasversali rispetto ai generi.

    Credo, invece, che finché prevarrà la logica del “noi” (donne) e del “loro” (uomini) ben poco di buono e costruttivo potrà essere edificato in tema di lotta alla violenza verso qualsiasi persona e, in special modo, verso le donne; credo, al contrario, che l’attenuazione della cesura di genere e l’assoluto coinvolgimento degli uomini come irrinunciabile parte attiva, piuttosto che come controparte, sia la precondizione per la costruzione di qualsiasi percorso contro ogni violenza nei riguardi di ogni persona, ed evidentemente, quindi, nei riguardi delle donne.

  6. La scuola deve formare ed essere in grado di educare, non cercare d’imporre esplicitamente un indirizzo di comportamento. Il modo con cui vengono trattati temi di uguaglianza, non solo di genere, e di rispetto dell’altro è spesso ridicolo ed irritante. Inoltre la scuola spesso non è capace di ascoltare o non vuole. Tropoa formalità, troppa falsità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo mail non verrà mostrato.


*