Usura, gli scheletri della “Sulmona bene”

I patti e gli interessi erano gli stessi che applicavano “gli zingari”, “perchè così fan tutti” avevano spiegato Katia Valeri e Elvira Tonti, rispettivamente assicuratrice ed educatrice, alla gestrice dell’autolavaggio, loro presunta vittima di usura. Il 20% di interessi al mese, da corrispondere ogni mese oppure quando poteva, quando gli altri usurai le davano un po’ di ossigeno o quando il maltempo e poi il sole permettevano di incassare qualche soldo in più in quell’autolavaggio dove la vittima ci ha rimesso soldi, salute e fatica. E così una cinquanta o una trenta euro cash, un assegno postdatato, un’insaponata gratis all’auto la domenica. In attesa di interrompere i circolo vizioso, di dilazionare un pagamento, di sperare nella pioggia sabbiosa o chissà in una vincita al grattino miliardario.

E’ una storia che non ti aspetti quella che esce dalle carte dell’inchiesta della procura di Sulmona, quella che ha portato ieri all’arresto di due insospettabili presunte usuraie. Un’assicuratrice, broker finanziario, Katia Valeri, che pure più di qualche anno fa era stata lei stessa vittima di usura, finita in una storia che fece scalpore e nella quale agli arresti per averla strozzata andò un commercialista. Da vittima a carnefice la Valeri aveva “chiara la consapevolezza dei meccanismi tipici del prestito di usura” dice il giudice, chiara “la condizione di bisogno della vittima”, tant’è che lei si era offerta di aiutare la rumena gestrice dell’autolavaggio, presentandole “una cara amica”, Elvira Tonti detta Vera, che poi al tempo e fino allo scorso anno, è stata un’educatrice, la preside di ferro, intransigente e severa, del circolo didattico Serafini-Di Stefano. Una a cui intere generazioni e famiglie hanno affidato l’educazione dei propri figli.

Nel piazzale del Globo, in quello degli autolavaggi, a casa a domicilio, le due indagate secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, prendevano soldi e incassavano: per tre anni e mezzo, dal dicembre del 2014 all’aprile del 2018, 6mila euro solo di interessi (su un prestito di 2mila), fino a quando la vittima ha detto basta.

Loro non minacciavano ritorsioni, non brandivano chiavi inglesi come “gli zingari”, ma facevano leva sulla loro posizione sociale: “La vittima ha avuto maggiore timore a fare i nomi delle due indagate – ha spiegato ieri l’ispettore Daniele L’Erario che ha condotto l’indagine – che quelli della famiglia Rom che l’ha massacrata. Perchè, sosteneva, sono donne potenti”.

“Quello che ci ha colpito di questa inchiesta – ha commentato il sostituto procuratore Stefano Iafolla – è proprio il profilo delle due indagate, persone che hanno un peso nella vita sociale ed economica della comunità. Il che deve far riflettere su un fenomeno che in un territorio in difficoltà come questo è vivo seppur sommerso”.

Sembra incredibile, questa storia, eppure i magistrati vantano “un’ampia documentazione probatoria – continua Iafolla – assegni firmati, appunti presi in tempi non sospetti da parte della vittima che oggi non può più scrivere dopo l’aggressione subita a settembre, descrizioni dettagliate e coerenti delle dazioni di denaro, testimonianze di terze persone”.

E dietro, oltre, potrebbe esserci dell’altro: lo stesso magistrato avverte che “l’indagine non è finita”, si scava ancora, insomma, nelle carte e nelle storie; nella “Sulmona bene” che tanto bene non sta. Con i suoi scheletri e le cose non dette, le macchine tirate a lucido, la morale di facciata. Qualcosa in più, chissà, si potrà sapere già martedì prossimo, quando Katia Valeri ed Elvira Tonti saranno probabilmente ascoltate dal giudice per l’interrogatorio di garanzia, sempre che decidano di rispondere, di parlare, di spiegare.

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