Leggère letture

Circa sei anni fa, mentre pulivo assieme ad altri volontari le strade della città, uno di loro mi disse: -Tu leggi tanto e si vede.
Raccogliendo da terra una manciata di venefiche cicche, gli confessai che, in realtà, non aprivo un libro da molto tempo.
Lo dissi senza vergogna, perché era la verità. Lui, che legge tanto e scrive molto, non nascose la delusione e mi invitò a ricominciare, perché mi avrebbe fatto tanto bene.
-Non importa cosa: leggi.
Dopo un anno ci incontrammo di nuovo, sempre con sacco e spazzolone in mano. Non si era dimenticato di me, né della mia lacuna.
Di nuovo mi chiese, di nuovo risposi: “No”.

Però, nel frattempo, avevo riflettuto e capito cosa avesse provocato il mio allontanamento dai libri: alle atmosfere create dagli autori, preferivo quelle reali raccontate dalle persone su social network. Lì, oltre a leggere, era possibile anche scrivere un commento o un consiglio, nel tentativo di cambiare una trama troppo triste, dando una spinta affinché ci fosse il lieto fine che, al contrario di ciò che accadeva nei romanzi, sembrava non essere mai l’epilogo di alcuna vicenda vera.
Sentivo l’energia della gente, positiva o negativa che fosse, ne venivo inghiottita, grazie anche alle affascinanti immagini che illustravano ogni racconto e non avevo bisogno, tempo e spazio per altre trame.
Il caro amico si limitò a sorridere e mi assolse, come solo gli amici sanno fare, dandomi modo di continuare la mia vita, lontano dai libri e dai sensi di colpa.

Sono sempre stata curiosa del romanzo che ogni persona ha dentro di sé, del tragitto che l’ha portata sulla mia strada, dei ricordi che custodisce nel cuore, della vita che l’ha fatta diventare ciò che è.
Sono vicende un po’ più sobrie rispetto a quelle romanzate dagli scrittori, meno avvincenti, con un sottofondo di rassegnazione mai presente nei libri, come se tutta la storia fosse stata già stampata e impaginata fino all’ultima parola, senza la speranza di poterla cambiare, con la voce narrante che va dritta e spedita fino alla fine.
Sui social network le “amicizie” si stringono facilmente e velocemente: basta un click. Migliaia di “amici” e storie da conoscere -qualcuna solo virtuale-, a cui appassionarsi e per cui sperare nel felice epilogo.
Mi sentivo tirata dentro un vortice di dati che non ero più capace di elaborare e gestire, ma che non ero neanche in grado di ignorare.
Dopo qualche anno, mi resi conto che le storie raccontate dalle persone si somigliavano tutte, compresa la mia. Anche le fotografie con le quali ognuno di noi illustrava i fatti erano simili, così come le canzoni e le citazioni.
Qualcosa nel mondo non andava, c’era troppo sconforto nell’aria, una sorta di virus epidemico. Nessuno era in grado di aiutare nessuno, eppure tutti cercavamo di aiutare tutti, sciorinando consigli saggi, che avremmo fatto bene a dare prima a noi stessi e poi agli altri.
Cominciai a vivere male tutto. Avevo bisogno di leggere belle storie, ma non le incontravo più. Mancava sempre il finale commovente o il colpo di scena che facesse sperare in un prossimo lieto fine.
Era come se, improvvisamente e in ritardo rispetto alla mia età anagrafica, fossi venuta a conoscenza delle verità basilari della vita: le forme animate muoiono, gli oggetti si rompono e le favole non esistono.
Tutto questo era difficile da accettare.
Avevo bisogno di un tramite che mi spiegasse le cose, tacendomi quelle più orribili, oppure scegliendo le parole giuste per raccontarmele.
Necessitavo di un’ultima pagina da poter sbirciare, per controllare se, alla fine, tutto sarebbe andato bene. Volevo una firma che si prendesse tutto il merito e tutta la responsabilità di ciò che sarebbe accaduto nel tempo.
Chiusi il “Facebook” e aprii un “book”.
Presi in prestito un libro a caso.
Lo lessi.
Era un libro delicato, sensuale, leggero. Brutto. Talmente brutto da volerlo terminare in fretta, sperando che in fretta potessi dimenticarlo. Talmente brutto da aver voglia di leggerne immediatamente un altro bellissimo.
Non importa cosa: ho letto.
Tornai così a farmi raccontare le storie da chi sa farlo davvero, lasciandomi prendere dalle vicende, ma con il paracadute da aprire alle brutte, pensando che, in fondo, si tratta solo un libro, una storia probabilmente inventata o comunque romanzata ad arte.
Contemporaneamente, lontana dal mondo virtuale, non venni più investita da una valanga di vicende, con la facilità di un click. Ora ascolto, per caso e dopo un incontro fortuito, solo le storie che la gente vuole raccontare proprio a me.

C’è una magia che fa incrociare il nostro cammino con quello delle persone che hanno bisogno di noi. È la stessa magia che ci porta sulla strada di chi invece è in grado di aiutarci a superare un periodo difficile, anche solo con una parola gentile.
È la stessa magia che ci fa incontrare certi libri, certe frasi dentro i libri, in un esatto momento della nostra vita, quando nessun’altra riga sarebbe più adatta per farci capire l’incomprensibile modo in cui a volte vanno le cose. Sono le frasi che sottolineiamo, che impariamo a memoria e usiamo come mantra settimanali.
Sono le righe che squarciano i veli neri e tutto sembra all’improvviso più chiaro, grazie a una persona che, pur non conoscendoci, sembra stia parlando con noi, di noi e al posto nostro.

Sfogliamo le pagine lentamente, oppure velocemente, dando il ritmo di cui abbiamo bisogno alle vicende narrate, perché, durante ogni lettura, i protagonisti siamo un po’ noi, a combattere, sopravvivere, sbagliare, amare, morire, vendicare, uccidere, soffrire, sperare e decidere quando voltare l’ultima pagina, affinché la storia termini solo nel momento in cui ci sentiamo pronti per leggere la parola “fine”.
Di un libro brutto o di un libro bello, non ha importanza, dato che possiamo dirlo solo dopo averne letto l’ultima parola.

gRaffa

Raffaella Di Girolamo

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