Mense, caso politico: “Di Benedetto deve dimettersi”

Una difesa debole quella del consigliere comunale e capogruppo del Pd, Mimmo Di Benedetto, che sulla questione della gara d’appalto per le mense, che andrà verosimilmente ad una società di un suo socio di studio, ha sostenuto la sua terzietà rispetto al procedimento amministrativo. Perché la questione è, ovviamente, di natura politica e non legale. Di opportunità politica.

A stretto giro, così, arriva la controreplica delle minoranze (sempre ad eccezione di Fratelli d’Italia) che, ora, chiedono che il consigliere lasci la sua carica e faccia subentrare il primo dei non eletti, che tra l’altro è uno di quelli che, proprio oggi, ha firmato la lettera con cui della questione è stata investita la segretaria nazionale del Pd Elly Schlein.

La posizione di Di Benedetto, secondo i consiglieri di minoranza, “appare come un tentativo, mal riuscito, di giustificare l’evidente situazione di imbarazzo. L’integerrimo Di Benedetto è stato in realtà chiamato a rispondere della opportunità politica e non sulla questione o meno di legittimità dell’appalto del servizio di refezione – scrivono dall’opposizione -. Siamo ben consapevoli che un consigliere non può incidere su una procedura di gara, lo prescrive la legge e non Di Benedetto, ma al contempo conosciamo l’etica della trasparenza che dovrebbe scandire i tempi della politica. Quella famosa trasparenza e quella idea di essere al di sopra di ogni sospetto che il Pd e Di Benedetto hanno tanto predicato nelle omelie da campagna elettorale, che hanno consentito loro di governare la città, e che oggi, invece, appaiono mutate”.

Non è solo questione di incoerenza, però, perché nella sostanza il consiglio comunale è chiamato a vigilare sul rispetto degli appalti della pubblica amministrazione: “Ci preme sottolineare come, in futuro, il permanere del consigliere Di Benedetto tra i banchi di maggioranza – aggiungono le minoranze – possa rappresentare motivo di disagio nei rapporti tra l’Ente ed il prossimo possibile gestore del servizio di refezione scolastica. Chiediamo, quindi, che, al fine di sgomberare il campo da qualsiasi imbarazzo, Di Benedetto rimetta il suo mandato da consigliere comunale, lasciando spazio al primo dei non eletti, in nome della trasparenza e di un codice etico che dovrebbe appartenere a tutti noi amministratori”.

7 Commenti su "Mense, caso politico: “Di Benedetto deve dimettersi”"

  1. Bravo patrizio,questa è la giusta analisi

  2. Non voglio entrare nel merito della questione, anche se ho una mia idea. Però vorrei fare una riflessione: ma possibile che in questa città le questioni politiche vere le solleva sempre Il Germe? Mi chiedo come mai l’opposizione non ha fatto una verifica su chi aveva partecipato ad un appalto da 3 milioni del Comune. Ricordo che una volta c’erano, a destra e a sinistra, consiglieri che studiavano le carte, non che si limitavano a leggere i giornali

  3. E la vispa Teresa che dice? E il sindaco silente che dice? Beh allora Comandano Mimmo di Benedetto e Casciano!

  4. Bisogna però ricordare a tutti voi che alla gara di appalto ha partecipato esclusivamente quella società, quindi non c’è stata gara d’appalto. Sarebbe stato grave qualora avessero concorso più società e alla fine l’avrebbe spuntata (guardacaso) proprio quella. In questo caso non è stato così…
    Quindi bisogna fare un analisi e va bene. Ma più attenta…..

  5. NON SIATE "DIOGENE" | 23 Giugno 2023 at 22:00 | Rispondi

    Con Franco in REGIA,
    non ce n’è per nessuno.
    Nè crisi, nè rimpasto, nè surroghe, nè rinascita del PD (!).
    UNA SINDACATURA A VUOTO, SI’, MA NON PER SUO ERRORE (!).
    Materiale per il COGESA (!).
    Avvicinandoci alle regionali ne vedremo di sensazionali (!).

  6. Scherzi a parte | 24 Giugno 2023 at 08:36 | Rispondi

    Benissimo si dimetta Di Benedetto ma da oggi in poi ogni parente, amico, conoscente, socio, collega di qualsiasi consigliere comunale, di maggioranza e minoranza, che partecipi a bandi o concorsi venga giudicato con lo stesso criterio,
    Stesso criterio però che non si è applicato per esempio a fratelli di sindaci amici che vengono assunti in partecipate di cui i comuni, e quindi anche i sindaci, sono soci, e potrei continuare all’infinito su illazioni allusioni su chiunque.
    Questa caccia alle streghe in barba al rispetto dei fondamentali diritti dei cittadini è ridicola. Quindi parente amico di un dipendente comunale non può fare concorsi al comune?

  7. Se dovesse passare questo principio starebbero freschi i piccoli comuni, dove TUTTI sono parenti e/o amici di TUTTI.
    Ridicoli.

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